LARINO. Nel giorno in cui la città frentana celebra il primo atto della festa in onore dei martiri larinesi, pubblichiamo l’inizio di una tetralogia, l’inizio di un viaggio spirituale che lo studioso ed amico Pino Miscione ha compiuto partendo dalla città galiziana che per tradizione custodisce le spoglie mortali del ‘figlio del tuono’, l’apostolo San Giacomo.
“La Galizia – scrive Miscione – è una terra periferica, appartata, di bellezza selvaggia, che per secoli è stata la più povera di Spagna, ed anche per questo un po’ richiama alla mente la nostra piccola terra. Spazzata dai venti, stretta tra il confine settentrionale del Portogallo e l’Atlantico, nei secoli passati raggiungerla valeva il premio di aver conseguito l’estrema meta, quella che si trovava ai limiti del mondo allora conosciuto.

Il Capo Finisterræ, con la sua lanterna che si eleva a picco sugli ultimi scogli che dirupano nel vasto e infido mare della Costa da Morte, rimembra al viaggiatore forestiero che quello era considerato l’ultimo sbrendolo di terra dell’orbe noto.
Terra solitaria anche quella, per secoli abbandonata al suo destino d’irrilevanza. Le cornamuse celtiche continuano a esalare i loro patetici lamenti che le folate del vento oceanico spandono nell’aria, verso un altrove che non è dato conoscere; potrebbero rievocare, con modesta immaginazione, le nostre povere zampogne di pelle caprina; le campagne lussureggianti le nostre colline verdicanti, il penetrante odore di letame appena compostato nei suoi depositi riportarci alle nostre masserie oramai in buona parte spopolate, lasciate alla loro malinconica sorte: ruderi di un passato che rivive soltanto nella rimembranza di sparuti sopravvissuti di una civiltà semplice e genuina che va eclissandosi.

Terra terminale del famoso Camino pedestre. Ma io ci arrivai comodamente in macchina – spero di esser perdonato per questo – provenendo dal Paese lusitano. Lungo la strada, barche di pescatori rientravano nei loro porticcioli ricavati dalle rías intagliate nella costa rocciosa; svuotavano a riva il loro prezioso carico di variegati pesci; e quella dovizia di pescato era peraltro eloquentemente raccontata dalla sorprendente offerta di prodotti ittici esposta perfino negli autogrill, come dalle nostre parti si addentano panini e cornetti. Un pescatore, l’apostolo del Signore Giacomo, figlio del pescatore Zebedeo, non poteva trovare un cantuccio più conveniente di questo per venirvi seppellito: in un angolo di mondo dove gettar le reti in mare è atto routiniero.
25 luglio, festa dell’Apóstol Santiago, patrono di Spagna. La leggenda agiografica vuole che Giacomo, il quale condivide col fratello Giovanni il soprannome di Boanerghès, cioè “figli del tuono”, per il temperamento oltremisura irruente, abbia attraversato il mare grande per evangelizzare la terra iberica. Tornato in patria, fu una delle prime vittime del re Erode Agrippa, che lo fece decollare nell’anno 42, il primo tra gli apostoli del Signore a cogliere la palma del martirio. Le sue spoglie mortali vennero portate via dai suoi discepoli costretti a lasciar la Giudea, e deposte nel paese da lui evangelizzato in vita. I barbari e più tardi gli arabi si espansero in Spagna, facendo perfino obliare il luogo del suo seppellimento, che venne riportato alla luce solamente al principiare del IX secolo, dal vescovo locale Teodomiro. Nel campus stellæ, il “campo delle stelle”, poiché illuminato da luci soprannaturali. È la più accreditata origine del sito di Santiago de Compostela.
Molto si accrebbe il culto a lui tributato allorquando la sua soprannaturale intercessione fu determinante per la sconfitta dei saraceni durante la battaglia di Clavijo, nell’anno del Signore 844, e la sua figura in groppa a un cavallo argentino lo riconobbe come il perfetto matamoros, “colui che uccide i mori”. Alfiere della Reconquista iberica ai danni degli annosi invasori musulmani, con la caduta di Gerusalemme in mani islamiche, divenuto ormai troppo arrischiato il viaggio penitenziale e devozionale in Terra Santa, il Cammino a piedi fino alla tomba dell’apostolo Giacomo rappresenterà per circa un millennio una degna opzione succedanea.
In questo mese di maggio che si mostra nelle sue avvisaglie festive, cominciamo per l’appunto da qui, da Santiago de Compostela, in terra gallega, il nostro itinerario dello spirito, proprio per far memoria che, con la Pasqua oramai alle spalle, dal sangue del Sommo Martire che è Cristo ha inizio il pellegrinaggio dell’uomo nuovo, segnato dal sigillo di salvezza – il sangue dell’agnello pasquale –, come i figli d’Israele chiamati da Dio a far ritorno nella Terra promessa dei padri.
Pellegrini, perciò, e non vagabondi: diversamente dal vagabondo, i cui passi non hanno una destinazione definita, il pellegrino ha sempre davanti a sé una meta, anche se a volte non ne è pienamente consapevole; ed essa altro non è se non l’incontro con Dio; perché la sua, la nostra vera patria, in cui tutte le nostre aspirazioni trovano risposta, non appartiene a questo mondo. Per il cristiano la vita su questa terra non può che essere un itinerario più o meno prolungato che conduce ad un’altra dimensione; e dovendo fronteggiare chi vorrebbe annientare ogni desiderio ultramondano, proprio per questo essa non può ridursi a un mero peregrinare, ma si carica di valori ulteriori e ben più impegnativi, che la rendono affine a una vera e propria milizia.
Miles Christi: testimoniare la fede cattolica, quella vera che si fonda su verità rivelate, definite da dogmi, e non smerciare la sua comoda falsificazione che anche tra noi ha preso piede in maniera sconfortante, in cui l’uomo glorifica se stesso, e non il Dio venuto nella carne, costa difatti fatica. Impostura religiosa preannunciata chiaramente dall’insegnamento della Chiesa per questi drammatici nostri tempi, nella quale la parola di Dio è piegata per fini meramente terreni, che riguardano semplicemente i fatti di questo mondo, ed ogni anelito soprannaturale viene bandito e soffocato. Sempre più, chi dissente da questa impostazione che non appartiene per nulla all’autentico credo cattolico viene pubblicamente disapprovato. Come risulta da collaudate dinamiche sociali, a volte, quando i contraffattori si coalizzano in strutture di peccato, essi finiscono inesorabilmente per esaltarsi, e la disapprovazione che si sparge tramuta in odio, il quale si alimenta sempre più in un rimestato crogiolo di sentimenti negativi, che fomentati fino al parossismo si scagliano senza pietà contro coloro i quali testimoniano questa scomoda, vera fede. In questo clima intorbidato spargono il loro sangue gli ultimi martiri.
Mi dovrei probabilmente discolpare col lettore se m’intrattengo più del dovuto sopra questi inusitati cammini dello spirito, mentre con la memoria, ripresomi dal mio vagolare tra le intricate viuzze di Santiago che una conchiglia di ceramica riprodotta su un muro ha provvidenzialmente indirizzato a buon fine, mi affaccio finalmente sulla soleggiata Praza do Obradoiro e mi accingo a montare l’imponente scalinata di pietra che mi si para innanzi.
Oltrepassato il Pórtico de la Gloria con i suoi mirabolanti rilievi romanici, m’introduco lungo la navata della Cattedrale compostellana e davanti ai miei occhi rapiti a meraviglia si presenta, ancora immoto, pendente dalla chiave di volta della crociera del transetto, il botafumeiro, quel gran turibolo sostenuto da un grosso canapo che, grazie a un sistema di pulegge, tra non molto verrà fatto pendolare fino alle volte da otto uomini specializzatisi in questa originalissima mansione, noti come tiraboleros. Attrattiva che in passato aveva il suo pratico scopo, poiché quell’incenso sparso lungo le navate serviva a smorzare l’effetto dei pesanti effluvi che i corpi accaldati dei pellegrini, stanchi per il lungo viaggiare, emanavano.
Ora è invece il momento di salire alla sontuosa cappella settecentesca, che custodisce il simulacro di San Giacomo esposto alla pubblica devozione, che la consuetudine mi suggerisce di cingere con le braccia. Ora piuttosto è il raccoglimento culminante che mi trova genuflesso davanti alle sue ossa, ancor più venerate del suo busto, che si scoprono scendendo nella cripta ricavata dai resti dell’arcaica basilica, a perpendicolo su quella statua medievale, eppur baroccheggiante per l’effetto che si avverte nel mirare quella profluvie di decorazioni messe a corona. Ecco, ho rievocato infine il mio pellegrinaggio di sangue.
Giacomo di Zebedeo, protomartire tra i Dodici, nativo di Betsaida, alle pendici del Golan, Terra Santa. In questo maggio, i fratelli di fede larinati. Altre contrade ricorderanno, a tempo debito, ciascuna i loro morti per la buona causa cristiana. Eppure la loro fine, possiamo credere, si è ripetuta sempre uguale a se stessa: coi polsi avvinti da corde o catene, l’orarium a bendar loro gli occhi, prostrati in ginocchio nella polvere. Derisi e disapprovati dagli astanti che furono testimoni non innocenti, se non proprio correi, dei loro ultimi frammenti di vita. Freddo, inesorabile, cieco nel suo furore che non ammette indulto, il ferro si abbatté sui loro colli denudati, sprizzò il sangue a fiotti e l’anima indomabile raggiunse il Paradiso. Così muoiono i martiri di ogni tempo. Ne muoiono sempre d’altronde, perché il cristiano è odiato sotto ogni latitudine, e i nomi di ognuno li conosce solo Dio. Una lama d’acciaio ben affilato sempre verrà brandita per punire chi non si adegua al pensiero dominante. Questi eccentrici uomini che vengono a sconvolgere la nostra pace terrena! Questi fanatici integralisti! Questi turbatori del quieto vivere! A morte.
Da una testa spiccata dal tronco, che rotola via nella polvere aspergendo stille di sangue al suo rapido cascare, ho voluto cominciare questo itinerario dello spirito. Accidenti che in questo mondo capovolto, che ha smesso di farsi guidare dal logos per andare appresso a chi racconta favole, si presenteranno ahimè sempre più spesso. Inevitabili incidenti di percorso, si direbbe; come se stavolta il grande incensiere d’argento che pende dall’alto si fosse inopinatamente slegato dalla sua massiccia fune: quale rovina! Qualcuno, anche se digiuno della consuetudine con le pagine sacre, potrebbe riconoscervi un legame col libro dell’Apocalisse, composto proprio dal fratello di Giacomo il pescatore: l’angelo prese l’incensiere, lo riempì del fuoco preso dall’altare e lo gettò sulla terra: ne seguirono tuoni, voci, fulmini e scosse di terremoto (Ap 8,5). D’altronde i tempi sono quelli che sono: c’è chi li riconosce per tali, e chi invece fa finta di nulla e tira a campare. Vivere però è un altro mestiere.
Pino Miscione